Cosa ci dice lo scheletro della donna vampiro rinvenuto in Polonia

Qualcuno ha probabilmente sentito parlare dello straordinario scheletro rinvenuto in Polonia lo scorso anno: si tratta di una cosiddetta “donna vampiro” ancorata al suolo da una falce e da un lucchetto. La notizia, lanciata dal popolare tabloid Daily Mail, è stata immediatamente ripresa da ogni testata ed è diventata in breve tempo oggetto di una grande risonanza mediatica, cosa che ha fatto rimbalzare la ricostruzione degli eventi da un media all’altro redendola così più ricca o più povera di dettagli fondamentali a seconda dell’occasione.

Se quella della lotta ai vampiri e del loro definitivo confinamento nel regno dei morti è la principale ipotesi riportata, nonché quella più suggestiva, bisogna infatti ricordare che non è l’unica chiave di lettura possibile. Inoltre, non è la prima volta che ci si imbatte in un reperto simile. Facciamo ordine tra gli elementi cruciali del mistero che circonda di questo ritrovamento, cercando di mettere ordine nelle diverse interpretazioni del macabro quadro che gli studiosi si sono trovati davanti.

Il ritrovamento della donna vampiro

Siamo in Polonia, precisamente nel piccolo villaggio di Pień, un luogo così sperduto che anche cercando su internet non trovereste praticamente alcuna informazione sensibile. È proprio nel cimitero locale che gli archeologi della Nicolaus Copernicus University della città di Torun avrebbero ritrovato l’ormai famoso scheletro: i rilevamenti lo hanno attribuito ad una donna vissuta nel XVII secolo, anche se l’aspetto più sorprendente non è tanto la datazione quanto il modo in cui è stata sepolta. Lo scheletro infatti presenta, al momento del ritrovamento, una falce posizionata sopra il collo e un lucchetto sull’alluce sinistro: un rituale macabro e particolare che ha fatto supporre agli esperti di avere davanti una persona additata come un pericoloso vampiro mentre era in vita.

Il macabro rituale

Per capire meglio bisogna fare un passo indietro e tornare nell’Europa orientale del passato: nel tardo XVII secolo iniziano a prendere forma in maniera sempre più concreta le leggende popolari che hanno come protagonisti i vampiri, spietati esseri umani capaci di tornare dal mondo dei morti per tormentare le persone anche in vita. Inoltrandosi nel XVIII secolo si assiste ad una vera e propria isteria di massa: i vampiri vengono avvistati ovunque, chiunque può essere un potenziale non-morto e persino gli ufficiali del governo partecipano alle cerimonie per diseppellire e analizzare i cadaveri dei sospettati. Pensate che tutto questo accade più di 150 anni prima che uno scrittore irlandese dal nome Bram Stoker dia alla luce il suo capolavoro Dracula, mitizzando per sempre questa figura folcloristica.

Non sorprende dunque che una donna vissuta nelle prime fasi di questo fenomeno possa essere stata vittima di uno dei tanti rituali di contenimento: la falce, infatti, sarebbe stata posizionata sulla gola proprio per tranciare di netto la testa del vampiro qualora questi avesse provato ad alzarsi per uscire dalla propria tomba. Più allegorico sarebbe il lucchetto, volto a simboleggiare l’impossibilità del ritorno della donna nel mondo dei vivi, ancorandola per sempre tra i defunti. Un altro elemento da sottolineare è il dente incisivo particolarmente protuberante appartenente all’arcata superiore: data l’isteria dei tempi e l’assenza di un chiaro criterio di identificazione per i vampiri, è infatti probabile che l’anomalia fisica fosse stata indicata come la prova dell’appartenenza della donna al regno delle creature sovrannaturali.

L’ipotesi più benevola

Tutto molto suggestivo, ma non è detto che sia andata effettivamente così. Come vi abbiamo suggerito in apertura, infatti, esistono anche altre ipotesi in proposito al suddetto rituale, spesso e volentieri più benigne. Nello specifico, è noto che la falce in passato avesse una valenza protettiva nei confronti delle donne, dei bambini e soprattutto dei morti, tutelati in questo modo dall’attacco degli spiriti maligni. La donna, dunque, potrebbe non essere stata il nemico da cui difendersi, bensì una persona altolocata (elemento suggerito dal cappello di seta rinvenuto sul capo) da proteggere. Difficile scoprire quale delle due letture sia più attendibile.

Il caso analogo del 2008

C’è un ulteriore, interessante risvolto da considerare in questo mistero, ossia che non si tratta del primo ritrovamento relativo a questo supposto rituale. A dare forza all’ipotesi di un’usanza diffusa nei paesi slavi dei secoli passati c’è infatti un caso analogo di quindici anni fa: nel 2008 vengono ritrovati ben sei scheletri vittima di un trattamento molto simile nel villaggio di Drawsko, all’interno dei distretti di Czarnków e Trzcianka. Dalla University of South Alabama arriva la notizia che cinque individui vengono rivenuti con una falce posizionata sull’addome o sulla gola: in questo modo, come vi abbiamo spiegato in precedenza, il redivivo sarebbe stato tranciato di netto nel tentativo di uscire dalla tomba. In aggiunta, due di questi scheletri presentano anche grossi sassi sotto il mento: un escamotage pensato con ogni probabilità per impedire loro di operare il morso mortale.

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