“Ho un problema”. La virata, l’esplosione, lo schianto contro il Pirellone

Prima si avvertì un boato, poi una forte scossa fece tremare tutto il palazzo. Fiamme, detriti e polvere caddero dal ventiseiesimo piano del complesso della Regione Lombardia a Milano. Un aereo da turismo si era schiantato contro il Pirellone.

Era il 18 aprile del 2002, un giovedì, quando i fantasmi dell’11 settembre 2001 si risvegliarono, riportando nelle vite degli italiani la paura degli attentati terroristici. Ma dietro allo schianto si nascondeva, in realtà, un incidente, che costò la vita a tre persone e che, a distanza di vent’anni, ha lasciato nel cuore dei milanesi la memoria di quel terribile giorno, quando oltre al pilota persero la vita Alessandra Santonocito e Annamaria Rapetti, due avvocate al lavoro nel palazzo di Regione Lombardia al momento dello schianto.

Il disastro aereo

Erano le 16.20 di giovedì 18 aprile 2002. All’aeroporto svizzero di Locarno era parcheggiato un velivolo da turismo, un Rockwell Commander 112Tc, Hb-Ncx, pronto a decollare verso Milano Linate. Il pilota, il 68enne Luigi Fasulo, aveva appena inoltrato due piani di volo all’ufficio di Zurigo: il primo riguardava un volo da Locarno a Milano Linate, con decollo previsto alle ore 17.30, mentre il secondo esponeva la tratta contraria. Il motivo del viaggio, secondo alcuni conoscenti con cui il pilota si sarebbe confidato, sarebbe stata la necessità di un rifornimento di carburante.

Alle 17.15, il velivolo decollò dall’aeroporto svizzero. Per arrivare a Linate era possibile seguire due rotte: la prima prevedeva il passaggio sopra la trasmittente di Saronno e poi la torre Telecom di Rozzano, mentre la seconda passava per il Lago Maggiore, Varese e infine Milano. Fasulo optò per la prima opzione, che coincideva con il cosiddetto Cancello Ovest dello spazio aereo milanese.

Una volta arrivato nelle vicinanze dell’aeroporto, Fasulo contattò la Torre di Milano Linate, che gli diede istruzioni per l’atterraggio. Erano le 17.40. Solo cinque minuti più tardi, l’aereo si schiantò contro il ventiseiesimo piano del grattacielo Pirelli. Frammenti di vetro e detriti dell’aereo iniziarono a piovere dal cielo e il terrore si diffuse tra la gente. Fin da subito si parlò di terrorismo, poi di un gesto deliberato e infine di un incidente. Ma cosa era realmente successo sul velivolo da turismo? Cosa lo aveva portato allo schianto? Risposte a cui avrebbero dovuto rispondere gli investigatori.

L’incubo terrorismo

“Attualmente ho conferma che con molta probabilità si tratta di un attentato”. Furono queste, secondo quanto riportò il Corriere della Sera, le parole pronunciate dal presidente del Senato, Marcello Pera, dopo lo schianto, quando le prime voci ipotizzarono un’azione terroristica. “Non posso dire di più, perché obiettivamente nessuno in questo momento può dire di più”, aggiunse.

Le notizie, infatti, nei primi momenti dopo lo schianto erano confuse e la vicinanza temporale con l’11 settembre scatenò subito una connessione con quanto accaduto negli Stati Uniti qualche mese prima. La ferita causata dagli aerei dirottati che si erano schiantati contro le Twin Towers era ancora aperta e, quel giorno a Milano ricominciò a bruciare, mentre nei pensieri di tutti riaffiorò la paura di un attacco terroristico.

A pensare a un attentato fu anche il vicepresidente della Regione Lombardia, Piergianni Prosperini, che spiegò: “Eravamo dal lato di là e abbiamo sentito due fortissimi scoppi a ridosso uno dell’altro. Abbiamo creduto che fossero delle bombe. Era invece o un Piper o comunque un aereo da turismo, secondo me carico di esplosivo, visto il botto che ha fatto”. A insospettirlo fu anche la presenza stessa dell’aereo nei cieli sopra la città: “Tutto intorno a Linate ci sono prati e terreni agricoli, dove poter atterrare in caso di avaria. Che incidentalmente il velivolo abbia centrato proprio il Pirellone io non ci credo. Sono certo che si tratti di terrorismo islamico”.

Ma l’incubo di un attacco terroristico si sgonfiò poco dopo, quando il ministro dell’Interno Claudio Scajola rivelò che si era trattato di un incidente.

L’incidente

Il velivolo non si abbatté contro il Pirellone per un’azione deliberata del pilota. A stabilirlo fu la Relazione di Inchiesta condotta dall’Agenzia Nazionale per la Sicurezza del Volo che, nel dicembre del 2002 arrivò a riconoscere le motivazioni che avevano causato lo schianto.

Le comunicazioni analizzate mostrarono un collegamento radio tra il pilota del velivolo e l’operatore della Torre di Milano Linate alle 17.39. In quell’occasione l’Hb-Ncx venne autorizzato ad utilizzare la pista 36R per l’atterraggio. Fasulo aveva precedentemente chiesto di poter atterrare sulla pista 36L, che già aveva utilizzato in passato, ma dalla Torre gli risposero che quel giorno la pista 36L era riservata agli elicotteri. Per questo l’aereo venne inviato alla pista 36R, senza comunicare al pilota che l’avvicinamento alla pista doveva avvenire da Est, dando per scontata l’informazione. L’aereo, quindi, avrebbe dovuto effettuare una virata. Ma il Rockwell Commander procedette dritto.

L’operatore della Torre, notando la mancanza della virata, pensò che il pilota stesse arrivando alla pista in sottovento. Subito dopo Fasulo comunicò un problema di avere un problema al carrello: “Abbiamo un piccolo problema col carrello, stiamo mettendo a posto – disse Fasulo – Vi richiamo appena pronto”. Per questo l’operatore della Torre lo indirizzò a orbitare sull’Ata, una rotta ellittica, corrispondente all’area del piazzale Ovest alla periferia di Milano, pensata per i velivoli in attesa di atterraggio. Il piccolo aereo però non si diresse verso l’Ata e, “dopo il sorvolo della parte occidentale dell’aeroporto di Linate”, proseguì verso la città di Milano, fino a schiantarsi contro il Palazzo della Regione Lombardia.

Erano le 17.45 quando l’Hb-Ncx infranse la vetrata Sud-Est del ventiseiesimo piano del Grattacielo Pirelli e penetrò all’interno dell’edificio. Nello schianto, “avvenuto in prossimità di alcune strutture portanti, vicino agli ascensori – si legge nella Relazione di inchiesta – circa 220 litri di carburante residuo nei due serbatoi alari si nebulizzano e si combinano con l’aria presente all’interno dell’edificio, e come dentro un’enorme camera di combustione esplodono violentemente, proiettando all’esterno materiali, suppellettili e parti del velivolo”.

L’incidente costò la vita al pilota Luigi Fasulo e a due avvocate che erano al lavoro nel palazzo, Alessandra Santonocito e Annamaria Rapetti. Secondo la Relazione, la causa più probabile dell’incidente “è da ricercare nell’incapacità del pilota di gestire in maniera adeguata la condotta della fase finale del volo in presenza di problematiche”.

A contribuire allo schianto, inoltre, potrebbero essere intervenuti altri fattori, come “problema tecnico, disagio operativo dovuto a carenza di allenamento al volo, ambiguità, inadeguatezza e contraddizioni delle istruzioni e nelle comunicazioni radio”. Completamente esclusa invece “l’ipotesi di una azione autodistruttiva del pilota dell’aereo Hb-Ncx”, che inizialmente era stata presa in considerazione. Per l’Agenzia Nazionale della Sicurezza del Volo, lo schianto contro il Grattacielo Pirelli fu quindi un incidente.

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